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Quando Le Donne Sono State Ammesse All’Università?

Quando Le Donne Sono State Ammesse All
la Repubblica: breve storia dell’emancipazione femminile in Italia Storia dell’emancipazione femminile in Italia di Valentina Piattelli Adesso le donne sono cittadine di serie A, al pari degli uomini. Esse sono padrone di se stesse e godono dell’eguaglianza giuridica e di tutti gli stessi diritti degli uomini.

Possono accedere a tutte le professioni e a tutti gli uffici (tranne che nel clero e nell’esercito, per ora). Non sempre stato cos per. In passato la donna era un accessorio del capofamiglia (padre o marito). Nel Codice di Famiglia del 1865 le donne non avevano il diritto di esercitare la tutela sui figli legittimi, n tanto meno quello ad essere ammesse ai pubblici uffici.

Le donne, se sposate, non potevano gestire i soldi guadagnati con il proprio lavoro, perch ci spettava al marito. Alle donne veniva ancora chiesta l'”autorizzazione maritale” per donare, alienare beni immobili, sottoporli a ipoteca, contrarre mutui, cedere o riscuotere capitali, n potevano transigere o stare in giudizio relativamente a tali atti.

Tale autorizzazione era necessaria anche per ottenere la separazione legale. L’articolo 486 del Codice Penale prevedeva una pena detentiva da tre mesi a due anni per la donna adultera, mentre puniva il marito solo in caso di concubinato. Nel periodo Risorgimentale in Italia il dibattito sui diritti delle donne, la loro educazione ed emancipazione fu assai provinciale.

Molti degli “illustri pensatori” del Risorgimento italiano si limitarono a ribadire la soggezione della donna. Secondo Gioberti: ” La donna, insomma, in un certo modo verso l’uomo ci che il vegetale verso l’animale, o la pianta parassita verso quella che si regge e si sostentata da s “.

  • Per Rosmini: ” Compete al marito, secondo la convenienza della natura, essere capo e signore; compete alla moglie, e sta bene, essere quasi un’accessione, un compimento del marito, tutta consacrata a lui e dal suo nome dominata “.
  • Secondo Filangieri spetta alla donna l’amministrazione della famiglia e della prole, mentre le funzioni civili spettano all’uomo.

Simili teorie furono alla base del diritto di famiglia dell’Italia unita, riformato soltanto nel 1975. Anche per quanto riguardava i diritti politici, il dibattito in Italia era stato assai poco acceso. Le stesse donne attive sulla scena politica erano uno sparuto gruppo di eccezioni.

Nell’Italia unita le donne vennero quindi escluse dal godimento dei diritti politici. Nel 1966 la contessa di Belgioioso, patriota e letterata, scriveva in proposito: ” quelle poche voci femminili che si innalzano chiedendo dagli uomini il riconoscimento formale delle loro uguaglianza formale, hanno pi avversa la maggior parte delle donne che degli uomini stessi.

Le donne che ambiscono a un nuovo ordine di cose, debbono armarsi di pazienza e abnegazione, contentarsi di preparare il suolo, seminarlo, ma non pretendere di raccoglierne le messi “. Infatti, la Camera dei Deputati del Regno d’Italia respinse la proposta dell’on.

Morelli volta a modificare la legge elettorale che escludeva dal voto politico e amministrativo le donne al pari degli “analfabeti, interdetti, detenuti in espiazione di pena e falliti” ed a concedere quindi alle donne tutti i diritti riconosciuti ai cittadini. Dopo la bocciatura delle legge, Mazzini scrisse al deputato: ” L’emancipazione della donna sancirebbe una grande verit base a tutte le altre, l’unit del genere umano, e assocerebbe nella ricerca del vero e del progresso comune una somma di facolt e di forze, isterilite da quella inferiorit che dimezza l’anima.

Ma sperare di ottenerla alla Camera come costituita, e sotto l’istituzione che regge l’Italia, a un dipresso, come se i primi cristiani avessero sperato di ottenere dal paganesimo l’inaugurazione del monoteismo e l’abolizione della schiavit “. Nonostante Anna Maria Mozzoni avesse fondato nel 1879 una Lega promotrice degli interessi femminili – che si batteva per il diritto di voto alle donne -, le prime femministe italiane si interessarono molto di pi delle questioni sociali, anche per influenza del neonato Partito Socialista.

  • Effettivamente la condizione socioeconomica delle donne fra fine ‘800 e primi del ‘900 era di drammatica disparit.
  • I dati stessi su cui basare le ricerche sono assai scarsi perch, pur essendo pi diffuso di adesso, il lavoro femminile difficilmente veniva riconosciuto come tale: quasi tutte le donne occupate nell’agricoltura non venivano riconosciute come lavoratrici, a meno che non fossero titolari di una propriet o di un contratto di affitto.

In ogni caso lo stipendio delle lavoratrici era in genere poco pi della met di quello dei lavoratori di sesso maschile. Poich anche il lavoro dei bambini era assai diffuso, e sottopagato, prima della prima guerra mondiale furono emanate alcune leggi per tutelare “donne e fanciulli”, quali soggetti deboli e sfruttati.

I salari pi bassi delle donne venivano percepiti dagli altri lavoratori come una forma di concorrenza sleale, e quindi le prime proposte di legge cercavano di garantire un minimo salariale alle lavoratrici, anche per “mantenere sul mercato” la manodopera maschile. La legge sul lavoro femminile del 1902 fin per limitare ancora una volta i diritti delle donne: se da un lato essa concedeva quattro settimane di riposo – non pagato – alle puerpere, dall’altro vietava l’impiego di lavoratrici in alcuni lavori ritenuti “pericolosi”.

I lavori “pericolosi” contenuti nel decreto attuativo erano in realt lavori ideologicamente ritenuti incompatibili con le attitudini femminili (attivazione di macchine, trattamenti di polveri e materiali “sconvenienti” o tali da richiedere una manipolazione complessa etc.).

Lo Stato mostrava cos di voler favorire al massimo il rientro delle donne in quella che riteneva essere la loro sede naturale: la casa. D’altronde nell’enciclica papale Rerum Novarum, uscita in quegli anni, era scritto: “Certi lavori non si confanno alle donne, fatte da natura per i lavori domestici, i quali grandemente proteggono l’onest del debole sesso”.

La legge del 1902 tradiva anche la speranza di ridurre il divario salariale con gli uomini: le lavoratrici fra i 16 e i 21 anni, venivano equiparate in capacit e abilit (e quindi in stipendio) ai lavoratori con meno di 15 anni. E questa era l’unica prescrizione in materia di stipendi.

Nel frattempo era emersa chiaramente l’ostilit della maggioranza dei lavoratori di sesso maschile a qualunque norma a favore delle lavoratrici nel timore che potesse aumentare la concorrenza del lavoro femminile. Cos anche il Partito Socialista e le sue organizzazioni sindacali non perorarono la causa della tutela del lavoro femminile, nonostante lo slogan socialista: “Le donne che lavorano come voi sono uomini” (sic!).

Sul versante dei diritti civili e politici, erano nate frattanto l’Associazione nazionale per la donna a Roma nel 1897, l’Unione femminile nazionale a Milano nel 1899 e nel 1903 il Consiglio nazionale delle donne italiane, aderente al Consiglio internazionale femminile.

Nel 1881 Anna Maria Mozzoni tenne un’accorata perorazione del suffragio femminile (il Comizio de Comizi): ” Se temeste che il suffragio alle donne spingesse a corsa vertiginosa il carro del progresso sulla via delle riforme sociali, calmatevi! Vi chi provvede freni efficace: vi il Quirinale, il Vaticano, Montecitorio e Palazzo Madama, vi il pergamo e il confessionale, il catechismo nelle scuole e,

la democrazia opportunista! “. Ed infatti tutti i progetti di legge per garantire il voto alle donne, o meglio ad alcune categorie di donne, venivano regolarmente bocciati (Minghetti 1861, Lanza 1871, Nicotera 1876-77, Depretis 1882 etc.). Sul fronte dell’istruzione, venne permesso soltanto nel 1874 l’accesso delle donne ai licei e alle universit, anche se in realt continuarono ad essere respinte le iscrizioni femminili.

  • Ventisei anni dopo, nel 1900, risultano comunque iscritte all’universit in Italia 250 donne, 287 ai licei, 267 alle scuole di magistero superiore, 1178 ai ginnasi e quasi 10.000 alle scuole professionali e commerciali.
  • Quattordici anni dopo le iscritte agli istituti di istruzione media (compresi gli istituti tecnici) saranno circa 100.000.

Il titolo di studio per non garantisce ancora l’accesso alle professioni. Nel 1881 infatti una sentenza del Tribunale annull la decisione dell’Ordine degli avvocati di ammettere l’iscrizione di Lidia Pot, laureata in legge e procuratrice legale. Nel 1877 venne per approvata una legge che ammetteva le donne come testimoni negli atti di stato civile.

  • Nel 1903 venne convocato il primo Consiglio nazionale delle donne italiane, articolato in vari settori sui diritti sociali, economici, civili e politici.
  • Negli anni seguenti nasceranno associazioni orientate al raggiungimento dei diritti civili e politici – come l’Alleanza Femminile e il Comitato nazionale pro suffragio – e associazioni legate a partiti e ideologie di altro tipo – come l’UDACI, Unione Donne di Azione Cattolica Italiana, che si batteva contro la laicizzazione della scuola – e l’Unione nazionale delle donne socialiste, che svolse interessanti inchieste sul lavoro femminile.

I socialisti per si scontrarono spesso con le femministe, accusate di essere portatrici di interessi borghesi. Bissolati afferm che ” la proposta femminista ha lo scopo di attribuire maggiori diritti alla donna, entro la cerchia delle forme di propriet e di famiglia borghese.

  • Dunque il movimento femminista un movimento conservatore.
  • Quand’anche raggiungesse i suoi fini, non avrebbe ottenuto altro che interessare attivamente un maggior numero di persone alla conservazione degli attuali ordinamento sociali.
  • All’opposto, la lotta di classe porta con s una vera elevazione sociale della donna,

esiste in quanto non vede tale soluzione. Esso non dunque altro che un fenomeno di incoscienza sociale “. Dal lato femminista, Mozzoni invece sosteneva che: ” L’emancipazione femminile la suprema, la pi vasta e radicale delle questioni sociali, capace di unire le donne di tutti i ceti per a causa della loro libert e del loro riscatto “.

  • Intanto nel 1906 la studiosa di pedagogia Maria Montessori si appell alle donne italiane attraverso le pagine de “La Vita” affinch si iscrivessero alle liste elettorali.
  • Un gruppo di studentesse affisse l’appello sui muri e molte donne tentarono quindi di iscriversi alle liste elettorali, cos come fatto con successo negli USA.

Sulla stampa si scaten un dibattito fra i fautori del voto alle donne e i contrari. Le corti di appello delle varie citt respinsero per tali iscrizioni, tranne la corte di Ancona, dov’era presidente Ludovico Mortara, ma anche questa sentenza venne annullata dalla Corte di Cassazione.

Nel frattempo per alcune donne riuscirono ad entrare in ambiti da cui fino ad allora erano escluse: nel 1907 Ernestina Prola fu la prima donna italiana ad ottenere la patente, nel 1908 Emma Strada si laure in ingegneria, nel 1912 Teresa Labriola si iscrisse all’Albo degli Avvocati e Argentina Altobelli e Carlotta Chierici vennero elette al Consiglio Superiore del lavoro.

Nel 1908 si era tenuto a Roma, nel Campidoglio, il primo Congresso delle Donne Italiane, inaugurato dalla Regina Elena ed al quale erano presenti molte donne della nobilt. Le risoluzioni del congresso auspicavano una rigorosa applicazione sull’obbligo scolastico, la fondazione di casse di assistenza e previdenza per la maternit e la richiesta di poter esercitare gli uffici tutelari (autorizzate dal marito se sposate).

Tutte le mozioni vennero accettate a maggioranza, tranne una sull’insegnamento religioso, che determin la scissione delle donne cattoliche e la creazione dell’UDACI, poi Unione Femminile Cattolica. Nel 1909 l’Alleanza pro-suffragio lanci un Manifesto di protesta alla riapertura del parlamento: ” I deputati eletti da soli uomini, di qualsiasi partito essi siano, lasceranno ancora per troppo tempo sussistere quell’ingranaggio di leggi restrittive, di costumi medioevali, di giurisdizione antiquata, che inceppano la libera espansione delle forze femminili e ritardano il cammino del progresso civile.

Nell’Italia di Mazzini e Garibaldi, voi non dovete pi oltre sopportare l’ingiuria di essere respinte dalle urne come gli idioti o i mentecatti. Venite dunque a unirvi al nostro pacifico esercito delle donne che vogliono il voto per il bene proprio, dei figli, dell’umanit! “.

  • Nel 1910 il Comitato Pro-Suffragio chiese al Partito Socialista di pronunciarsi sulla questione del suffragio femminile.
  • Turati si pronunci contro il voto alle donne fintanto che “la pigra coscienza politica e di classe delle masse proletarie femminili” finisca con il rafforzare le forze conservatrici.

Anna Kuliscioff, compagna di Turati, gli rispose dalle pagine di “Critica Sociale” difendendo il suffragio femminile. Al Congresso socialista del 1910 per Kuliscioff fin con il sostenere che ” il proletariato femminile non pu schierarsi col femminismo delle donne borghesi Per la donna proletaria il suffragio politico un’arma per la propria emancipazione economica “.

  1. Su “Critica Sociale” per scrisse: ” Non mi riesce di spiegarmi tanta rigidit verso il movimento femminile non proletario, mentre nei rapporti con i partiti politici borghesi, i socialisti hanno smussato cos generosamente gli spigoli della loro intransigenza,
  2. Se i socialisti fossero convinti fautori del suffragio universale, saluterebbero con gioia le suffragiste non proletarie come un coefficiente efficace alla vittoria, riservandosi di combattere qualunque proposta di legge che intendesse limitare il voto ad alcune categorie femminili privilegiate “.

Nel maggio del 1912 durante la discussione del progetto di legge della riforma elettorale, che avrebbe concesso il voto agli analfabeti maschi, i deputati Mirabelli, Treves, Turati e Sonnino proposero un emendamento per concedere il voto anche alle donne.

Giolitti per si oppose strenuamente, definendolo “un salto nel buio”. Secondo Giolitti il suffragio alle donne doveva essere concesso gradualmente, a partire dalle elezioni amministrative: le donne avrebbero potuto esercitare i diritti politici solo quando avessero esercitato effettivamente i diritti civili.

Nomin quindi un’apposita commissione per la riforma giuridica del Codice Civile, rimandando in pratica la questione sine die, Con la Prima Guerra Mondiale i posti di lavoro persi dagli uomini richiamati al fronte vennero occupati dalle donne, nei campi, ma soprattutto nelle fabbriche.

  1. Circolari ministeriali permisero infatti l’uso di manodopera femminile fino all’80% del personale nell’industria meccanica e in quella bellica (da cui le donne erano state escluse con la legge del 1902).
  2. Con la fine della guerra per, le donne, accusate di rubare lavoro ai reduci, persero questi posti di lavoro.

Nel dopoguerra riprese il dibattito sul voto alle donne. Il neonato Partito Popolare appoggiava il suffragio femminile. Secondo Don Sturzo infatti: ” Noi che abbiamo nel nostro programma cristiano l’integrit e lo sviluppo dell’istituto familiare, sentiamo che a questo programma non si oppone, in alcun modo, la riforma del suffragio alla donna, che anzi conseguente ad esso ogni riforma la quale tenda ad elevare al donna e a conferirle nella vita autorit, dignit e grandezza “.

  • Nel 1919, venne abolita l’autorizzazione maritale – pur con notevoli limitazioni -, dando cos alla donne almeno l’emancipazione giuridica.
  • Il 6 settembre del 1919 la Camera approv la legge sul suffragio femminile, con 174 voti favorevoli e 55 contrari.
  • Le camere per vennero sciolte prima che anche il Senato potesse approvarla.

L’anno successivo di nuovo la legge venne approvata alla Camera, ma non fece in tempo ad essere approvata al Senato perch vennero convocate le elezioni. La presidente del Comitato pro suffragio dichiar: ” La legge non stata votata per paura dell’incognita che l’ingresso della donna nella vita politica rappresenta per tutti i partiti.

Nella mentalit dei dirigenti politici, il suffragio femminile deve essere un servizio calcolato e ben sicuro “. Nel marzo del 1922, Modigliani present una semplice proposta di legge, il cui articolo unico recitava: ” Le leggi vigenti sull’elettorato politico e amministrativo sono estese alle donne “.

Tale proposta, ancora una volta, non pot essere discussa ed in ottobre vi fu la Marcia su Roma. Il fascismo in verit concesse il diritto di voto passivo ad alcune categorie donne per le sole elezioni amministrative. Mussolini stesso, intervenendo al congresso dell’Alleanza internazionale pro suffragio aveva detto che il fascismo aveva intenzione di concedere il voto a parecchie categorie di donne.

La legge Acerbo (ironicamente chiamata del “voto alle signore”) concedeva infatti il voto alle decorate, alle madri di caduti, a coloro che esercitassero la patria potest, che avessero conseguito il diploma elementare, che sapessero leggere e scrivere e pagassero tasse comunali pari ad almeno 40 lire annue.

Il fascismo per subito dopo abol quelle stesse elezioni amministrative a cui aveva ammesso le donne. L’Associazione per la donna fu sciolta, mentre la nuova presidente del Consiglio nazionale delle donne italiane fu nominata da Mussolini, segnando cos la fine dell’associazione.

L’Unione femminile nazionale rimase in vita a lungo, anche se priva di significato politico. Sopravvisse insomma soltanto l’Unione femminile cattolica, allineata al fascismo e al ruolo di subordinazione della donna ribadito dal papa nell’Enciclica Casti Connubi, dove fra l’altro auspicava: ” Da una parte al superiorit del marito sopra la moglie e i figli, dall’altro la pronta soggezione e ubbidienza della moglie, non per forza ma quale raccomandata dall’apostolo “.

Nel frattempo il fascismo inaugurava una sua politica sul tema dei diritti delle donne. Le donne vennero spinta, per quanto possibile, entro le mura domestiche, secondo lo slogan: ” la maternit sta alla donna come la guerra sta all’uomo “, scritto sui quaderni delle Piccole Italiane.

Le donne prolifiche venivano insignite di apposite medaglie. L’educazione demografica e il controllo delle nascite era formalmente vietato dal Codice Rocco che lo considerava un ” attentato all’integrit della stirpe “. Per quanto riguarda il lavoro, i salari delle donne vennero fissati per legge alla met di quelli corrispondenti degli uomini.

Inaugurando una strategia che poi sarebbe stata ripresa per la politica razziale, l’offensiva cominci nella scuola, dove fu formalmente vietato alle donne di insegnare lettere e filosofia nei licei e alcune materie negli istituti tecnici e nelle scuole medie; inoltre fu vietato loro di essere presidi di istituti, mentre le tasse scolastiche delle studentesse vennero raddoppiate.

  • Nel pubblico impiego le assunzioni di donne furono fortemente limitate, escludendole dai bandi di concorso e concedendo loro un numero di posti limitato (in genere il 10%).
  • Furono inoltre vietate loro la carriera e tutta una serie di posizioni prestigiose all’interno della pubblica amministrazione.
  • Anche la pubblicistica fascista tendeva a dissuadere le donne lavoratrici ridicolizzandole.
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Nel libro “Politica della Famiglia” del teorico fascista Loffredo, si legge: ” La donna deve ritornare sotto al sudditanza assoluta dell’uomo, padre o marito; sudditanza e, quindi, inferiorit spirituale, culturale ed economica ” per far questo consiglia agli Stati di vietare l’istruzione professionale delle donne, e di concedere soltanto quell’istruzione che ne faccia ” un’eccellente madre di famiglia e padrona di casa “.

Il Codice di Famiglia era gi abbastanza retrivo, ma venne lo stesso inasprito dal fascismo: le donne vennero poste in uno stato di totale sudditanza di fronte al marito che poteva decidere autonomamente il luogo di residenza ed al quale le donne devono eterna fedelt, anche in caso di separazione. Sul piano economico tutti i beni appartenevano al marito, ed in caso di morte venivano ereditati dai figli, mentre alla donna spettava solo l’usufrutto.

Il nuovo Codice Penale conferm tutte le norme contrarie alle donne, aggiungendo inoltre l’art.587 che prevedeva la riduzione di un terzo della pena per chiunque uccidesse la moglie, la figlia o la sorella per difendere l’onore suo o della famiglia (il cosiddetto “delitto d’onore”).

Le donne condannate per antifascismo durante il ventennio sono poche, ma le partigiane furono tutt’altro che poche. Secondo il CNL-Alta Italia le donne aderenti alla Resistenza furono: 75.000 appartenenti ai Gruppi di Difesa, 35.000 partigiane, 4563 tra arrestate torturate e condannate, 623 fucilate e cadute, 2750 deportate, 512 Commissarie di guerra, 15 decorate con Medaglia d’Oro.

Se si pensa che il numero complessivo dei partigiani valutato in circa 200.000 persone, si pu vedere che le donne rappresentarono circa il 20% di essi (ma la percentuale assai pi alta fra i fiancheggiatori del movimento); fra i caduti e i fucilati invece il loro numero delle donne nettamente inferiore (circa l’1%), perch i combattimenti di prima linea, cos come le fucilazioni, coinvolgevano raramente le donne, tenute la riparo dai loro commilitoni maschi.

Il 1 febbraio del 1945, su proposta di Togliatti e De Gasperi venne infine concesso il voto alle donne. La Costituzione garantiva l’uguaglianza formale fra i due sessi, ma di fatto restavano in vigore tutte le discriminazioni legali vigenti durante il periodo precedente, in particolare quelle contenute nel Codice di Famiglia e il Codice Penale.

Per un soffio l’indissolubilit del matrimonio non fu iscritta nella Costituzione stessa, grazie all’emendamento di un deputato saragattiano. Nel 1959 usc il libro di Gabriella Parca Le italiane si confessano suscitando un vero scandalo. Per la prima volta donne di ogni strato sociale confessavano i rapporti con l’altro sesso, i ricatti subiti, le prevaricazioni, ma anche i diffusi pregiudizi.

Scrisse Zavattini nella prefazione al libro: ” L’Italia ancora un grande harem “. L’emancipazione comunque andava avanti, anche se a piccoli passi, spesso ambigui. Nel 1951 viene nominata la prima donna in un governo (la democristiana Angela Cingolani, sottosegretaria all’Industria e al Commercio). Nel 1958 viene approvata la legge Merlin, che abolisce lo sfruttamento statale della prostituzione e la minorazione dei diritti delle prostitute.

Nel 1959 nasce il Corpo di polizia femminile, con compiti sulle donne e i minori. Nel 1961 sono aperte alle donne la carriera nel corpo diplomatico e in magistratura. Alla fine degli anni ‘60, sulla spinta anche degli avvenimenti europei e mondiali, nascono anche in Italia gruppi femministi da donne che si staccano dal movimento studentesco nel quale si sentivano emarginate e sfruttate dai loro compagni maschi, che cercavano di affidare loro compiti di segretaria o comunque subordinati (” Dall’angelo del focolare all’angelo del ciclostile “).

All’inizio del 1970, nell’ambito di una seminario organizzato dal Partito Radicale, nasce il Movimento di liberazione della donna (MDL), il quale, contrariamente ai suoi omologhi all’estero, ammette fra i suoi aderenti anche uomini. Nel documento costitutivo si propone di informare sui mezzi anticoncezionali anche nelle scuole e ottenere la loro distribuzione gratuita, liberalizzare e legalizzare l’aborto, eliminare nelle scuole i programmi differenziati fra i sessi (educazione domestica e tecnica), socializzare i servizi che gravano sulle spalle delle donne sotto forma di lavoro domestico, creazione di asili-nido, improntati ad una visione antiautoritaria.

I mezzi per raggiungere tali obiettivi sono anche le azioni di disobbedienza civile. Parallelamente all’MDL si costituisce nel settembre del 1973 il Centro di Informazione Sterilizzazione e Aborto (CISA) per iniziativa di Adele Faccio, federato anch’esso al Partito Radicale.

  • Nel 1974 parte la prima raccolta di firme per un referendum abrogativo che avrebbe legalizzato l’aborto, ma non vengono raggiunte le 500.0000 firme necessarie.
  • Nel 1975 viene arrestato Giorgio Conciani per aver organizzato una clinica clandestina per gli aborti a Firenze.
  • Gianfranco Spadaccia, segretario del PR, Adele Faccio e Emma Bonino del CISA si dichiarano corresponsabili e vengono arrestati nei mesi seguenti.

Nella primavera del 1975 (anche grazie all’appoggio de “L’Espresso”) vengono raccolte oltre 800.000 firme su un nuovo referendum abrogativo sull’aborto. Prima che i cittadini venissero chiamati a votare il referendum, il Parlamento approva nel 1977 una legge sulla legalizzazione dell’aborto.

Frattanto nel 1970 era stato concesso il divorzio (vittoria ribadita con la vittoria dei no al referendum promosso nel 1974 dai clericali che ne chiedevano l’abolizione); nel 1975 era stato infine riformato il diritto di famiglia, garantendo la parit legale fra i coniugi e la possibilit della comunione dei beni.

La societ italiana era notevolmente cambiata e le leggi avevano in parte sancito tale cambiamento. Rimanevano per tracce della passata discriminazione in leggi quali quella che comprendeva fra i “delitti contro la morale” anche lo stupro e l’incesto, legge eliminata soltanto recentemente.

Quando le donne hanno iniziato a laurearsi?

Un importante traguardo, ancora oggi fonte di ispirazione – Quando Le Donne Sono State Ammesse All Fonte: scienzaa2voci.unibo.it La prima laurea di una donna italiana? Risale ad oltre 300 anni fa ! Da allora la situazione è decisamente migliorata, per quanto riguarda l’accesso femminile all’istruzione: come riportato dall’ultimo rapporto dell’Istat, le laureate nel nostro Paese sono oggi il 22,4% fra coloro che ne hanno possibilità,

Chi fu la prima donna a laurearsi in Italia?

Elena Lucrezia Cornaro Piscopia è conosciuta come la prima donna laureata al mondo, avendo ottenuto la laurea in filosofia all’Università di Padova nel 1678. Figlia naturale del nobile Giovanni Battista Cornaro, procuratore di San Marco, e della popolana Zanetta Boni, nacque a venezia nel 1646, quinta di sette figli.

  1. Venne iscritta all’albo d’oro dei nobili a 18 anni, quando il padre sborsò 100.000 ducati per elevare a patrizi lei e i suoi fratelli.
  2. Si appassionò presto agli studi, in cui venne seguita dal padre, deciso a servirsi delle doti di Elena per riscattare il lustro della famiglia Cornaro; a questo scopo la affidò al teologo Giovanni Battista Fabris, al latinista Giovanni Valier, al grecista Alvise Gradenigo, al professore di teologia Felice Rotondi e al rabbino Shemel Aboaf, da cui Elena apprese l’ebraico.

Studiò anche lo spagnolo, il francese, l’arabo, l’aramaico, e arrivò a possedere una profonda cultura musicale. Approfondì inoltre eloquenza, dialettica e filosofia, prendendo per ques’ultima lezioni da Carlo Rinaldini, professore all’università di Padova e amico del padre.

Accanto alla passione per lo studio, Elena coltivava un’autentica vocazione religiosa, che la spinse a diventare, diciannovenne, oblata benedettina. Questa scelta scontentò i genitori, intenzionati a farla sposare, ma evitò loro la delusione di una reclusione monastica e permise alla giovane di vivere seguendo la regola benedettina.

Nel 1677 fece domanda per addottorarsi in teologia, ma il cancelliere dello Studio padovano, il cardinale Gregorio Barbarigo, oppose un fermo rifiuto alla sua richiesta. Grazie alla mediazione di Rinaldini, Elena Lucrezia potè infine laurearsi il 25 giugno 1678 in filosofia, e non dunque in teologia, come inizialmente desiderato.

  • Elena, che aveva condotto i suoi studi interamente a Venezia, si trasferì a Padova solo dopo la laurea, andando ad abitare a Palazzo Cornaro, vicino al Santo.
  • La sua costituzione, già debole, era stata messa alla prova dallo studio e dalle macerazioni ascetiche; si ammalava di frequente e anche per lunghi periodi, fino a morire nel luglio del 1684.

Venne sepolta nella chiesa di Santa Giustina a Padova. Fu a lungo considerata, da parte dei familiari, un fenomeno da esibire, donna erudita in grado di sciorinare dissertazioni filosofiche e dialogare in latino. Solitudine circondata da stupore, la sua, fatta di doti intellettuali eccezionali in un corpo di donna.

  1. Ma per la Piscopia non furono strumento d’affermazione della dignità femminile, nè del diritto a competere con gli uomini in campo intellettuale.
  2. La sua laurea non fu che uno spiraglio immediatamente richiuso, tanto che solo nel 1732 in Italia si laureò un’altra donna, Laura Bassi.
  3. Nel 1773 Caterina Dolfin donò all’Ateneo padovano la statua raffigurante Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, che ora è posta ai piedi dello scalone Cornaro, nel Cortile Antico di Palazzo Bo.

Omaggio alla prima donna laureata al mondo, ma oggi anche simbolo di emancipazione femminile. Approfondimenti La nobile austera devota a Dio e al sapere Padova stupisce il mondo, laureando una donna Sotto il segno di Elena Cornaro Piscopia

Quando fu consegnata la prima laurea femminile in Italia?

Prime donne laureate Basta ricordare la vicenda di Malala – vincitrice del premio Nobel per la Pace nel 2014 – e la sua coraggiosa e tenace lotta per garantire alle bambine di studiare in tutti quei territori dove il fondamentalismo ed il terrorismo islamico non permettono al genere femminile di accedere all’istruzione.

Il Nobel che le è stato assegnato è un Nobel alle tante bambine del mondo povero che percorrono a piedi chilometri e chilometri per raggiungere piccole aule di piccole scuole sparse fra deserti di sabbia, di fango e di roccia. Per quanto riguarda il continente africano dobbiamo ricordare l’impegno di un’altra Nobel, Rita Levi Montalcini, e della sua fondazione che permette alle ragazze africane di studiare.

La grande scienziata aveva intuito, più di un ventennio fa, come l’accesso all’istruzione rappresentasse un volano di progresso per l’intera società di cui le donne fanno parte e come esistesse un nesso inscindibile tra istruzione di genere e sviluppo socio-economico dei Paesi africani.

  1. Sulla base di una sintetica ricerca, nel 1900, nella nostra nazione, erano duecentocinquanta le donne iscritte all’Università, mentre, nel 1901, quasi la metà della popolazione era analfabeta (il 48,7%), le donne in misura maggiore rispetto agli uomini.
  2. Ma, per ironia della sorte, sono state proprio le donne ad alfabetizzare gli italiani in quanto più di sessantamila maestre iniziarono a diffondere l’alfabeto e l’aritmetica sia nelle grandi città che nei piccoli paesini di provincia.

Nel 1926 il regime fascista iniziò ad ostacolare l’istruzione femminile : le donne furono escluse dall’insegnamento dell’italiano, del latino, del greco, della storia e della filosofia nei licei. Nel 1929 il governo di Mussolini aumentò mediamente del 40% l’importo delle tasse scolastiche per le studentesse che frequentavano la scuola media e l’università.

  1. Le donne però non demorsero, anzi la scolarità femminile aumentò costantemente durante gli anni Trenta fino a raggiungere, nell’anno accademico 1990/91, un dato importante: il numero delle laureate superò quello dei laureati.
  2. Fu proprio italiana la prima donna laureata al mondo, Elena Cornaro Piscopia, nata a Venezia nel 1646.

Elena non riuscì a laurearsi in Teologia, come avrebbe desiderato, a causa dell’opposizione del cardinale Gregorio Barbarigo ma, nel 1678, si laureò in Filosofia all’Università di Padova. Furono invece due le prime donne laureate in Scienze naturali nel Regno d’Italia, nel 1881, Evangelina Bottero Pagano e Carolina Magistrelli.

  • La prima era nata ad Acqui nel 1859, la seconda a Mantova nel 1858.
  • Tutte e due diventarono professoresse ordinarie presso l’Istituto Superiore di Magistero Femminile di Roma ma, con la riforma voluta da Giovanni Gentile, le loro cattedre vennero soppresse: l’allora ministro della Pubblica Istruzione mal tollerava, infatti, quella che definiva “l’invasione nelle università da parte delle donne”.

Molto prima di Evangelina e Carolina, Cristina Roccati fu la prima donna a laurearsi in Filosofia il 5 maggio del 1751, Cristina era nata a Rovigo nel 1732 ed era talmente talentuosa che a soli quindici anni venne invitata ad una seduta dell’Accademia dei Concordi di Rovigo e onorata come poetessa.

A Bologna, oltre agli studi letterari, frequentava corsi di logica, di fisica, di scienze naturali e di geometria, interessandosi anche di meteorologia e astronomia. Dopo la laurea si recò a Padova per studiare la fisica newtoniana, il greco e l’ebraico e nel 1754 diventò presidente dell’Accademia dei Concordi.

Sono arrivate sino a noi cinquantuno sue lezioni di fisica dalle quali emerge, oltre la competenza della materia, una grande passione per la divulgazione del sapere e per la ricerca. Cristina si spense a Rovigo il 16 marzo del 1797. La prima iscritta dopo l’Unità d’Italia, nel 1878, alla Facoltà di Medicina dell’Università di Bologna, fu Giuseppina Cattani, di Imola, amica di Anna Kuliscioff, che si laureò nel 1884.

Nel 1894, Teresa Labriola fu la prima donna a laurearsi in Giurisprudenza all’Università di Roma, ed ottenne nello stesso ateneo la libera docenza in Filosofia del Diritto. Tra i suoi scritti: Studio sul problema del voto alle donne e Del feminismo: come visione della vita. Nonostante le ricerche effettuate, si sa solo che la prima donna a laurearsi in Farmacia all’Università di Torino, nel 1902, fu “la signorina Zagnago”.

Sempre all’Università di Torino la prima donna a laurearsi in Medicina fu, nel 1878, Maria Farnè Velleda, mentre Giuseppina Cinque, nel 1892, fu la prima laureata in Medicina all’Università di Palermo. Enrichetta Girardi fu la prima laureata in Lettere all’Università di Napoli nel 1875 e, nella stessa università, Iginia Massarini fu la prima ad addottorarsi in matematica nel 1887.

Si chiamava Grazia Calderara Muscatello la prima che si laureò in Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali all’Università di Catania nel 1902, Gaetana Calvi la prima donna laureata in Ingegneria al Politecnico di Milano nel 1914, mentre Giovanna Gabetta è stata la prima in Ingegneria nucleare nello stesso ateneo ma nel 1975.

Giovanna, nata nel 1952, ha scritto Alla ricerca di un’ingegnere con l’apostrofo in cui racconta circa un secolo di storia delle donne ingegnere italiane. Rimanendo nello stesso ambito, la prima donna a ottenere in Italia il titolo di ingegnera fu Emma Strada, che si laureò con lode il 5 settembre del 1908 al Politecnico di Torino.

Emma è stata inoltre la prima presidente dell’AIDIA, l’Associazione Italiana Donne Ingegnere e Architette che si costituì per il volere di un’altra donna, l’ingegnera Maria Artini. A Moncalieri, una scuola elementare è a lei intitolata. Se Elena Luzzato è stata la prima italiana a laurearsi in Architettura nel 1925, nel 1932 Stefania Filo Spaziale è stata la prima iscritta all’Ordine degli Architetti di Napoli con il numero di matricola 36.

In Francia le donne furono ammesse all’università nel 1863 e il primo ateneo ad accoglierle fu quello di Lione, mentre a Parigi la prima iscrizione femminile fu accettata nel 1867, lo stesso anno in cui si aprirono alle donne le porte delle università anche in Svizzera.

  1. Nel Regno Unito fu l’ateneo di Londra a “concedere legalmente” la prima laurea a una donna ma bisogna aspettare il 1878 per le facoltà della Germania.
  2. In quell’anno infatti fu emesso un decreto che permetteva alle donne di essere ammesse ma soltanto ad alcuni corsi, lasciando ai docenti la discrezionalità di decidere caso per caso.

Tra le europee, Sarmiza Bildescu è stata la prima donna al mondo a conseguire un dottorato in Diritto. Di nazionalità rumena, si laureò nel 1890 alla Sorbona di Parigi discutendo una tesi dal titolo “Sulla condizione legale della madre”. Quando nel 1884 si iscrisse all’università, il consiglio accademico l’autorizzò a frequentare le lezioni solo se accompagnata dalla madre o dal marito.

  1. Signe Hornborg, nata in Finlandia nel 1862, è stata la prima europea a laurearsi in Architettura nel 1890 a Helsinki.
  2. Aletta Henriette Jacobs fu la prima donna olandese a laurearsi in Medicina nel 1878.
  3. Era nata nel 1854 a Sappeneer, una piccola città nei Paesi Bassi.
  4. A tredici anni rifiutò categoricamente di frequentare la “scuola per signorine”, dove sarebbe diventata una sarta, e pretese di poter continuare a studiare, pur se in casa.

Fu accontentata: la madre le insegnò il francese e il tedesco, il padre il greco e il latino. Nel 1870 si iscrisse all’Università di Groningen al corso di medicina. L’ambiente universitario era ostile poiché non accettava che una donna potesse diventare medica.

  • Quando, dopo tanti sacrifici, aprì un suo studio, iniziò a curare le donne bisognose di Amsterdam, le più povere e le prostitute.
  • Si occupò del problema del controllo delle nascite distribuendo il “mensinga pessary”, una sorta di diaframma che evitava le gravidanze indesiderate.
  • Nel 1903 abbandonò la professione medica per dedicarsi alla causa del diritto di voto alle donne, diventando presidente dell’associazione delle suffragette olandesi.
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Fu una delle fondatrici della Women’s International League for Peace and Freedom e, nel 1915, una delle organizzatrici del Congresso Internazionale delle Donne a L’Aia. Ricordiamo che a questo congresso parteciparono più di millecentotrentasei delegate di dodici diverse nazionalità.

  1. Le delegate incentrarono la loro lotta su due punti, il suffragio femminile e l’utilizzo di arbitrati neutrali per risolvere le controversie internazionali e far cessare così la guerra.
  2. Durante la sua vita Aletta raccolse un insieme di libri, di pamphlets e di periodici riguardanti il movimento femminista e ancora oggi questa raccolta è considerata la più ricca e interessante esistente.

Tra i primati nel mondo ricordiamo Anandibai Gopalrao Joshi, la prima donna indiana e di tutta l’Asia meridionale a studiare in un’università degli Stati Uniti (al Women’s Medical College of Pennsylvania) e a laurearsi in Medicina occidentale nel 1886.

Sophia Gregoria Hayden fu la prima americana a conseguire la laurea, nel 1890, in Scienze dell’Architettura al MIT (Massachusetts Institute of Technology) di Boston. Era nata a Santiago del Cile nel 1868, da padre statunitense e madre peruviana. Risultò vincitrice di un concorso per l’Esposizione Universale di Chicago ma le diedero un premio di circa millecinquecento dollari mentre precedentemente, ai suoi colleghi maschi, erano state elargite somme da tre a dieci volte superiori.

Inoltre, dopo l’Esposizione, l’edificio che aveva realizzato venne distrutto, mentre le altre opere vincitrici progettate dai colleghi furono smontate e ricostruite altrove. Si chiamava Joanne Simpson la prima donna al modo a laurearsi in Meteorologia all’Università di Chicago,

Nata nel 1923, è stata anche la responsabile della ricerca meteorologica della NASA. Durante la sua vita ha scritto più di centonovanta articoli e ha ricevuto innumerevoli premi. Concludiamo ricordando Mary Astell che fu, nel XVII secolo, la prima donna a proporre ufficialmente la fondazione di un’università femminile in Inghilterra, così da permettere alle donne di frequentare i corsi universitari a loro preclusi.

Mary, nata nel 1666, decise di spezzare il circolo vizioso di inferiorità culturale e di ignoranza in cui erano imprigionate le donne. Istruire il genere femminile era per lei una premessa irrinunciabile per vivere libere e senza condizionamenti. Mary era colta, intelligente e determinata e divenne un modello da seguire per le altre donne della società inglese del XVII secolo.

  • A venti anni decise di trasferirsi a Londra con la ferma intenzione di non sposarsi e di dedicarsi alla letteratura.
  • Così scrisse: “Non pretendo di essere ricca o potente, né corteggiata o ammirata, né elogiata per la mia bellezza né esaltata per il mio ingegno.
  • Ahimè! Niente di questo merita il mio impegno o il mio sudore, né può contentare le mie ambizioni; la mia anima, nata per altro, di più, mai si sottometterà a tali cose, ma sarò qualcosa di grande in sé e non nell’apprezzamento del volgo”.

da “Le mille i primati delle donne” dell’Associazione Toponomastica femminile a cura di Ester Rizzo Ester Rizzo giornalista e scrittrice nata a Licata nel 1963. Socia fondatrice dell’Associazione Toponomastica femminile. Curatrice del volume “Le Mille: i primati delle donne” (2017) Autrice di “Camicette Bianche ” (2014) “Le ricamatrici ” (2018) “Donne disobbedienti ” ( 2019) e “Il labirinto delle perdute” (2021) : Prime donne laureate

Chi è stata la prima donna a laurearsi in medicina?

Elizabeth Blackwell: la prima donna medico Elizabeth Blackwell fu la prima donna che, tra il disappunto e lo scetticismo di tutti, si laureò in Medicina ed esercitò la professione.

Elizabeth Blackwell nacque in Inghilterra nel 1821, ma si trasferì in America con i suoi genitori quando era ancora una bambina.Dopo la morte di suo padre, Elizabeth dovette industriarsi per aiutare la famiglia, ma il lavoro che faceva, l’ insegnante, non la soddisfaceva poiché cercava qualcosa che potesse nel contempo soddisfare il suo intelletto e la sua natura religiosa.Un giorno, una sua conoscente che stava per morire, le disse che avrebbe sopportato meglio la malattia se solo fosse stata assistita da una donna medico e le suggerì di tentare lei stessa questa strada perché aveva intelligenza e coraggio sufficienti per provare.

Cominciò così una strada tutta in salita. Elizabeth non aveva la formazione necessaria per accedere ad una scuola di medicina : le mancavano l’esperienza medica, i soldi per mantenersi agli studi ed una discreta conoscenza di latino e greco. Elizabeth decise quindi, per guadagnare soldi, di continuare l’insegnamento ed andò ad abitare presso un medico, dove poté avere a disposizione dei libri di medicina, dove poter studiare latino e greco e dove poter fare un po’ di pratica.

Ma la prova più difficile era farsi accettare come donna in una delle prestigiose scuole di medicina americane. Infatti, nessuna di queste l’ammise ai corsi, così dovette provare con numerose scuole più piccole finché una soltanto l’ammise: il Geneva Medical College di Geneva, New York. Elizabeth giunse nella cittadina di Geneva il 6 novembre 1847 e, nonostante l’ammissione, aleggiava un certo scetticismo e stupore ad una decisione così strana per quei tempi, anche tra gli studenti dei corsi.

Gli ostacoli incontrati non furono soltanto all’interno del college; anche nella cittadina la gente la evitava, credendola folle o addirittura immorale. Alcuni curiosi entravano ai corsi solo per vederla; anche i professori erano in visibile imbarazzo, tanto che le fu proposto di disertare le lezioni di anatomia riproduttiva.

Elizabeth insistette per essere considerata alla stregua di tutti gli altri, così pian piano riuscì a conquistarsi il rispetto e l’approvazione di studenti, professori e perfino degli abitanti di Geneva. Nonostante ciò, il medico che operava nella cittadina non voleva avere niente a che fare con lei, così Elizabeth si ritrovò a ricevere le persone più povere della città e gli immigrati che soffrivano di tifo, malattia sulla qual basò la propria tesi.

La prima grande soddisfazione di Elizabeth fu il successo che la tesi ebbe nell’ambito accademico, tanto da meritare la pubblicazione sul Buffalo Medical Journal, Elizabeth si laureò con enorme successo. Anche la stampa si occupò della novità di una laurea in medicina ad una donna e le reazioni furono per lo più neutrali o a favore, benché qualcuno, soprattutto medici scrissero pareri contrari.

  • Subito dopo la laurea, Elizabeth partì per l’Inghilterra e poi per Parigi, sperando di poter lavorare in qualche grande ospedale europeo per approfondire le sue conoscenze.
  • L’unica opportunità offerta fu l’ammissione all’ospedale La maternité per partorienti; la preparazione offertale, però, non era molto dissimile da quella impartita alle giovani donne che si preparavano a diventare levatrici.

In seguito, fu ospitata presso il St. Bartholomew’s Hospital di Londra, dove fu ben accetta. Elizabeth torno negli Stati Uniti nel 1851 sperando di aprire uno studio, ma il destino le aveva riservato ben altri sentieri da percorrere. La Blackwell, infatti, si dedicò soprattutto alla prevenzione e alla promozione dell’ igiene tra partorienti e personale medico che le assistevano e alla propaganda per una preparazione medica rivolta a donne.

  • Nel 1857 Elizabeht decise di aprire un ospedale in tutta regola, chiamato il New York Infirmary for Indigent Women and Children che, come dice il nome stesso, offriva servizi ed ospitalità a donne e bambini poveri.
  • Questo ospedale era però anche un’opportunità concreta per offrire la necessaria preparazione medica e clinica pratica a donne studenti di medicina.

Il personale ospedaliero fu all’inizio costituito solo da lei stessa, da sua sorella Emily e da Marie Zarkzewska, Il passo successivo fu quello di creare un vero e proprio college medico; infatti, le donne non riuscivano mai ad entrare nei college maschili.

La scuola si chiamò Woman’s Medical College of the New York Infirmary ed aprì i battenti nel 1868, con 15 studenti e 9 professori, compresa la Blackwell in qualità di Professore di Igiene, sua sorella Emily come Professore di Ostetricia e Ginecologia. L’anno successivo, Elizabeth Blackwell lasciò la direzione della scuola alla sorella Emily e partì per l’Inghilterra, dove fu fondamentale il suo aiuto per organizzare la National Health Society e dove fondò la London School of Medicine for Women,

Nel 1875, Elizabeth Blackwell fu nominata Professore di Ginecologia al London School of Medicine for Children, Morì nel Sussex nel 1910. : Elizabeth Blackwell: la prima donna medico

Chi ha più lauree al mondo?

L’uomo con più laurea al mondo è italiano e a breve prenderà un nuovo titolo – Ha 75 anni Luciano Baietti, l’uomo con più lauree al mondo. Un italiano, un recordman, già iscritto all’interno del Guinness World Record per aver ottenuto ben 17 lauree nel corso degli anni.

  1. A breve, però, l’ex dirigente scolastico supererà se stesso, portando a casa la laurea numero 18.
  2. Negli anni è stato dottore in Pedagogia, Scienze Politiche, Lettere ed Economia Aziendale.
  3. A breve, invece, si laureerà in Scienze dell’alimentazione.
  4. Un viaggio all’interno di numerose e diverse discipline, alcune molto diverse tra di loro, che gli hanno permesso di ottenere una formazione a tutto tondo sulle molteplici tematiche quotidiane.

Il voto più basso è stato il 95, con il resto dei diplomi di laurea ha ottenuto votazioni superiori al 100. E ai ragazzi che vogliono intraprendere un percorso universitario e ottenere grandi risultati consiglia: ” Per prima cosa imparare a memoria l’indice dei libri: uno strumento essenziale di schematizzazione.

Cosa non potevano fare le donne 50 anni fa?

Epoca vittoriana – La condizione delle donne nell’era vittoriana, nonostante il fatto che il sovrano fosse una donna, è spesso vista come l’emblema della discrepanza notevole fra il potere e le ricchezze nazionali dell’Inghilterra e l’arretrata condizione sociale.

  1. Durante il regno della regina Vittoria, la vita delle donne divenne sempre più difficile a causa della diffusione dell’ideale della “donna angelo”, condiviso dalla maggior parte della società.
  2. I diritti legali delle donne sposate erano simili a quelli dei figli: esse non potevano votare, citare qualcuno in giudizio né possedere alcuna proprietà.

Inoltre, le donne erano viste come esseri puri e puliti. A causa di questa visione, i loro corpi erano visti come templi che non dovevano essere adornati con gioielli né essere utilizzati per sforzi fisici o nella pratica sessuale. Il ruolo delle donne si riduceva a procreare ed occuparsi della casa.

Dove si è laureata la prima donna al mondo?

Elena Lucrezia Cornaro la prima donna laureata del mondo Tra i nati o comunque che hanno legato la propria vita a Padova non poteva mancare Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, o Corner, la prima donna laureata del mondo, ovviamente all’Università degli Studi di Padova! Elena Cornaro nacque a Venezia il 5 giugno 1646, quinta di sette figli di Giovan Battista Cornaro, nobile veneziano e Zanetta Boni, donna di umili origini.

  1. Il padre stimolò e favorì la sua educazione poiché aveva notato le sue straordinarie doti e, anche attraverso il successo della figlia, voleva dare lustro alla famiglia.
  2. Elena aveva compreso l’intento di vanità del padre e, pur non essendo interessata a sfoggiare le conoscenze derivanti dai suoi studi in salotti ed accademie, non volle deludere il padre.

Il suo era un carattere umile e riservato tanto è vero che nel 1665 si fece oblata benedettina, un compromesso con la sua vocazione religiosa poichè in questo modo, pur osservando le regole dell’Ordine poteva continuare gli studi intrapresi in filosofia, teologia, greco, latino, ebraico, spagnolo per perfezionare i quali il padre la affidò ai più prestigiosi docenti.

Nel 1669 Elena Cornaro era già nota tra gli studiosi italiani per la sua erudizione e fu accolta nell’ Accademia dei Rocovrati a Padova, (l’attuale ) ed altre prestigiose accademie italiane ma anche all’estero. Dopo una pubblica disputa in filosofia che Elena tenne a Venezia in filosofia, il padre all’Università di Padova le fosse assegnata la laurea in teologia ma Gregorio Barbarigo, il vescovo, si oppose e non concesse l’autorizzazione, vincolante, che doveva dare in quanto cancelliere dell’università poiché ritenevano uno sproposito che una donna potesse diventare “dottore” e che questo ci avrebbe resi ridicoli davanti a tutto il mondo.

Qualche secolo dopo invece, Padova può dirsi orgogliosa di essere stata la prima a dare questo segnale di progresso sociale grazie all’insistenza del padre di Elena che ritenne che la figlia poteva comunque laurearsi in filosofia. Tenne la sua dissertazione, oggi diremo che discusse la sua tesi su Aristotele e, all’età di 32 anni, si laureò a Padova il 25 giugno 1678 e venne accolta nel Collegio dei medici e dei filosofi dello Studio padovano, anche se, in quanto donna, le era impossibile insegnare.Se pensiamo che dopo di lei, per vedere un’altra donna laureata in Italia si dovette attendere il 1732 quando si laureò la fisica bolognese Laura Bassi, si può comprendere come la laurea di Elena Lucrezia Cornaro Piscopia non rappresentò proprio una spinta all’emancipazione femminile ma piuttosto un caso isolato, più unico che raro.

  1. Dopo la laurea si trasferì a Padova nel prestigioso palazzo Corner dove c’è la Loggia ed Odeo Cornaro fatti costruire dal trisnonno Alvise Cornaro, noto umanista e mecenate, per intenderci colui che sostenne l’attività del commediografo Angelo Beolco detto Ruzzante.
  2. Non era di forte costituzione e le fatiche dello studio assieme ai rigori dell’ordine ecclesiastico la indebolì ulteriormente e ancora giovane all’età di 38 anni morì a Padova il 26 luglio 1684,

Fu sepolta nella nella cappella di San Luca dove venivano sepolti i monaci benedettini. Da alcune delle sue opere letterarie, Discorsi ed elegie, distici, epigrammi, versi in varie lingue emerge il suo forte spirito religioso e caritatevole ma anche un temperamento vivace in grado di illuminare la sua grande ricchezza intellettuale.

  • Camillo Semenzato in L’Università di Padova: il Palazzo del Bo.
  • Arte e storia, Sarmeola di Rubano (Padova), Edizioni Lint, 1979, p.23-25 sostiene che ” Fu in ogni caso una donna straordinariamente superiore, profondamente sensibile e tuttavia semplice, e forse anche, dai ritratti che ci sono stati tramandati, di aspetto avvenente.

Fu considerata, per lungo tempo, soprattutto come un fenomeno, e probabilmente l’epoca e l’ambiente in cui visse non le permettevano una diversa collocazione, proprio la meraviglia a cui indulgono i giudizi dei suoi ammiratori sta a dimostrare quanta strada le donne dovessero ancora compiere per uscire dalla sudditanza intellettuale in cui erano relegate.

Forse proprio questo finisce col rendere più umana la sua figura, questa solitudine che la circonda e che l’ossequio misto a curiosità e stupore degli ammiratori non può cancellare. Così come ci sembra aggiungere risvolti patetici il tenace impegno paterno che non lesina le grandi fortune finanziarie che ha a disposizione anche per dare la gloria di un monumento a questa figlia eccezionale, ma che forse al suo cuore di padre poteva sembrare infelice “.

Un grande esempio di libertà ed autorevolezza femminile in un epoca in cui la donna occupa ancora una posizione subalterna nella società. Al Palazzo del Bo, sede dell’Università di Padova, potete vedere la statua di Elena Lucrezia Cornaro alla base della scalinata che dal cortile antico conduce alle aule del piano superiore.

Come si chiama la prima donna al mondo?

Valentina Tereškova

Valentina Vladimirovna Tereškova
Status Pensionata
Data di nascita 6 marzo 1937
Selezione 12 marzo 1962 (gruppo donne cosmonauta)
Primo lancio 16 giugno 1963

Qual è la prima donna al mondo?

In realtà, non fu così, la donna, o meglio la prima donna non fu Eva, ma Lilith, fu creata insieme ad Adamo, infatti si legge: ‘Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò ‘ (Genesi, 1:27; 10).

Quando hanno avuto i diritti le donne?

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera. Nilde Iotti (1920-1999) prima donna a ricoprire una delle cinque massime cariche dello Stato (Presidente della Camera dal 1979-1992). La sua elezione è stata definita rivoluzionaria per quanto riguarda la condizione femminile, all’epoca ancora fortemente patriarcale.

La condizione femminile in Italia si è evoluta in maniera esponenziale a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e dalla caduta del regime fascista, quando le donne hanno visto finalmente riconoscersi sempre più diritti, i quali in precedenza erano prerogativa esclusiva degli uomini, fino ad arivare alla completa parità giuridica.

I pieni diritti tra uomo e donna in Italia sono infatti garantiti e pienamente riconosciuti in seguito all’entrata in vigore della Costituzione della Repubblica Italiana il 1º gennaio 1948, Tuttavia permangono ancora diverse disuguaglianze in ambito politico, sociale ed economico che devono essere ancora pienamente superate.

  1. Dal 1979, infatti, sono solo 7 le donne che hanno ricoperto 4 delle 5 cariche più alte dello Stato : alla seconda carica dello Stato, quella di Presidente del Senato della Repubblica, è arrivata per la prima volta Maria Elisabetta Alberti Casellati ( 2018 – 2022 ).
  2. La terza carica dello Stato, quella di presidente della Camera dei deputati, è stata ricoperta, al momento, da ben tre donne: per prima è stata Nilde Iotti ( 1979 – 1992 ), poi Irene Pivetti ( 1994 – 1996 ) e Laura Boldrini ( 2013 – 2018 ).

La prima donna a ricoprire la quarta carica dello Stato, quella di Presidente del Consiglio dei ministri, è Giorgia Meloni ( 2022 -in carica). Alla quinta carica dello Stato, quella di Presidente della Corte costituzionale, come donna è arrivata per la prima volta Marta Cartabia ( 2019 – 2020 ), e in seguito Silvana Sciarra ( 2022 -in carica).

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Quando la donna ha avuto gli stessi diritti dell’uomo?

Il ruolo della donna nella società nel passato e nel presente La condizione della donna nella società lungo il corso dei secoli ha subito parecchi cambiamenti, a seconda dell’evoluzione politica e giuridica dei popoli, della diversità dei fattori geografici e storici e della sua appartenenza ai vari gruppi sociali.

  1. In quasi tutti i tempi e paesi essa è stata sottoposta nelle società del passato a un trattamento meno favorevole di quello riservato all’uomo dal punto di vista giuridico, economico e civile e per tanto tempo è rimasta esclusa da tutta una serie di diritti e di attività sociali.
  2. A differenza delle civiltà arcaiche, nelle quali la donna era regina nella famiglia e potente nella comunità perché generava la vita, nell’antica Grecia il suo ruolo cambiò completamente.

I grandi filosofi come Platone, Pitagora o Euripide la consideravano ignorante, inferiore, difettosa e incompleta e fino alla morte soggetta alla potestà del padre e quando si sposava del marito. Anche in epoca romana la donna era una semplice figura presente nel nucleo familiare, che doveva unicamente pensare al mantenimento dei figli e della casa e le scelte erano affidate al paterfamilias che ricopriva le cariche pubbliche.

Solo le mogli dei grandi imperatori erano artefici nella vita politica, di conseguenza potenti e libere. Nel Medioevo, invece, la donna veniva vista in due modi nettamente opposti: angelico e spirituale o stregonesco e maligno. Nella donna si incarnavano infatti il bene e il male ma continuava ad essere piegata al potere dell’uomo.

Anche nel mondo cristiano la donna aveva pochi diritti: quando si sposava riceveva una dote, ma perdeva il diritto di amministrarla poichè era il marito che la gestiva, e la moglie non era libera di fare testamento, doveva sottostare al potere dell’uomo e doveva occuparsi della sfera del privato.

Le donne venivano controllate e non potevano uscire di casa senza essere accompagnate da un uomo, perché la loro libertà avrebbe minacciato l’ordine sociale. Tuttavia solo grazie al lavoro esse erano più libere. Non rimanevano più confinate in casa e sottomesse quanto gli uomini avrebbero voluto: le contadine lavoravano nei campi, le artigiane alla bottega del marito.

Nella cultura musulmana la condizione della donna non era molto diversa rispetto al mondo cristiano: l’incontro tra uomo e donna avveniva il meno possibile e vivevano due vite distinte. Le donne musulmane non frequentavano la moschea ma andavano spesso ai bagni pubblici dove compivano i riti di purificazione, curavano la propria igiene, si incontravano, si riposavano, combinavano matrimoni.

  • Nel mondo musulmano esse potevano possedere beni, ereditarli, svolgere attività economiche, anche se in proporzione minore rispetto agli uomini: ad esempio esistevano ricche mercantesse, che però dovevano utilizzare collaboratori maschi per poter trattare i propri affari.
  • Durante il Seicento, poi, si nutrivano grandi paure nei confronti dell’universo femminile e le donne che decidevano di ribellarsi al potere dell’uomo e alle regole della società venivano accusate di essere delle streghe e condannate al rogo; e tale situazione durò anche per tutto il Settecento.

Dopo la Rivoluzione francese fu grazie a Napoleone che la sfera dei diritti delle donne venne ampliata: venne così concesso loro di mantenere il proprio cognome, anche in caso di matrimonio, di esercitare autonomamente attività commerciali e fu abolita la disparità di trattamento nella divisione dell’eredità del patrimonio familiare.

  • Nel mondo occidentale tra fine Ottocento e inizio Novecento le rappresentanti del genere femminile iniziarono a far sentire la propria voce e a chiedere gli stessi diritti degli uomini.
  • L’industrializzazione da parte sua contribuì al cambiamento: le donne cominciarono a lavorare e a capire di essere valide tanto quanto gli uomini, soprattutto durante le due guerre mondiali, quando dovettero sostituire nei loro compiti gli uomini, chiamati a combattere.

Così in Italia nel 1946 arrivarono i primi riconoscimenti: le donne votarono per la prima volta, nel 1948 la Costituzione stabilì l’uguaglianza tra i sessi e nel 1975 una legge decretò la parità di diritti tra marito e moglie. La donna oggi è lavoratrice e cittadina, non può più quindi sottostare al potere dell’uomo e la sua forza lavoro, da sempre esistita nella storia, ma non sempre riconosciuta, oggi ha un importante peso in piena società industrializzata, soprattutto da un punto di vista economico e produttivo.

La donna di oggi riesce ad essere lo specchio del passato, ma anche la proiezione nel futuro. La donna manager, la donna presidente del consiglio, la donna presidente della Repubblica, la donna presidente di Confindustria non sono però un risultato occasionale, ma il risultato di una guerra fatta di tante battaglie vinte e altrettante perse, ma che alla fine l’hanno portata, nel mondo occidentale, all’apice della piramide.

Tuttavia ciò non è avvenuto nel mondo islamico. Ancora oggi la condizione della donna musulmana è problematica. Alcune donne hanno ottenuto l’accesso alle massime cariche nell’amministrazione, ma in generale esse devono ancora affrontare l’autorità del padre, dei fratelli, del marito e sono considerate una tentazione diabolica per i credenti; il loro corpo è “motivo di vergogna” e va perciò velato.

Nei paesi tradizionalisti le donne sono private persino dei fondamentali diritti umani e civili: non godono della libertà di spostamento, della libertà di espressione e di parola; non possono procedere negli studi né tanto meno fare carriera o ricoprire cariche o posizioni di responsabilità in campo civile o religioso.

Non possono decidere il proprio destino né quello dei propri figli e sono totalmente sottomesse all’uomo. La strada verso la parità dei sessi rimane ancora lunga, tortuosa e difficile da percorrere. Tuttavia i progressi fatti nel mondo occidentale lasciano ben sperare che un giorno la donna possa finalmente avere gli stessi diritti dell’uomo in tutto il mondo.

Da quando le donne possono lavorare?

Evoluzione del lavoro femminile: verso l’emancipazione – A partire dagli anni Settanta del Novecento si assiste ad una graduale estensione dei diritti civili e alla progressiva realizzazione di una parità giuridica, A poco a poco si va verso un progressivo superamento dei retaggi culturali legati alla lunga tradizione patriarcale.

Le donne iniziano ad avere crescente indipendenza economica e a muoversi verso una parità di accesso al lavoro, Per tutelare questi diritti e il rispetto dei principi fissati dalla Costituzione, il 9 dicembre 1977 entra in vigore la Legge n.903 sulla parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro.

Con questa legge si sono voluti creare i presupposti per una maggiore indipendenza della figura femminile a livello personale, professionale e finanziario. Le donne oggi sono più occupate rispetto al passato per via di un migliore livello di istruzione, L’ Istat ha posto l’attenzione sul fatto che possedere un titolo di studio universitario rappresenta un fattore protettivo di fronte alla perdita del posto di lavoro.

  1. È per questo motivo che oggi, anche dopo la nascita del primo figlio, le donne più istruite non rinunciano con facilità al proprio impiego.
  2. Seppure nel corso della storia siano stati compiuti importanti passi in avanti, ancora oggi, lo stereotipo che vede la donna più adatta a ricoprire ruoli legati alla cura della casa e dei figli non è ancora stato completamente superato,

Il gender gap è un problema che si sta tentando di arginare, ma ancora lontano dall’essere eliminato. Come evidenziato dal Global Gender Gap Report 2021 ci vorranno ancora 135 anni per raggiungere una reale parità di genere. Ma l’Europa si è posta un nobile obiettivo: quello di garantire libertà, uguaglianza, pari opportunità di realizzazione personale e valorizzazione di ogni individuo nella sua diversità, entro il 2025.

Dove è nata la prima Università al mondo?

Parlando di Università nel mondo, le opinioni possono variare a seconda dei punti di vista. Il denominatore comune delle varie scuole di pensiero è quello di considerare l’Università come un’Istituzione e struttura didattica e scientifica di ordine superiore.

  • La differenza sta nel modo di organizzazione e nelle materie trattate.
  • Alcuni storici considerano l’Università al-Qarawiyyin di Fès, Marocco, fondata nell’859 dall’ereditiera musulmana Fatima El Fihria, la più antica università del mondo, seguita in ordine cronologico dall’Università di al-Azhar del Cairo, in Egitto, fondata nel 975.

Tuttavia, proprio per la natura prettamente religiosa con cui è nata, non sembra oggi corretto attribuire all’Università di al-Qarawiyyin il titolo di università più antica del mondo. Per quanto riguarda l’organizzazione, si può menzionare l’Università di Parma, nata nel 962, come scuola di diritto per formare notai, che assumerà la configurazione di università in senso stretto solo a partire dal 1412.

Fra i primati, è d’obbligo ricordare che nel 1224, nacque a Napoli l’ Università degli studi Federico II, Celebre per essere la più antica università fondata attraverso un provvedimento statale, è ritenuta la più antica università laica e statale del mondo. Per la prima volta nel 1088, fu a Bologna che si sperimentò un tipo di istituzione nuova, indipendente dall’autorizzazione statale e dal controllo del potere pubblico e religioso.

A Bologna, si introdusse una didattica nuova, che prevedeva l’istituzione di molteplici facoltà, e non si limitava più soltanto allo studio di determinate discipline tra cui in primis la teologia. Possiamo dunque, considerare l’ Alma Mater Studiorum, la prima università, nel senso moderno della parola, nel mondo.

Furono gli stessi studenti che si organizzarono autonomamente scegliendo i maestri più prestigiosi. Pochi sono al corrente che la Biblioteca Universitaria di Bologna conserva il più antico rotolo esistente del Pentateuco, la prima parte dell’Antico Testamento, in ebraico, risalente alla fine del XII secolo e l’inizio del XIII.

Più di 85.000 studenti iscritti all’Università di Bologna, di cui 8,5% studenti stranieri hanno il privilegio di studiare nell’Università più antica del mondo e percorrere medesime strade, aule e corridoi di moltissimi personaggi illustri che hanno studiato in questo ateneo come: Pier Paolo Pasolini,

Poeta, scrittore, regista, sceneggiatore, drammaturgo e giornalista, è uno dei maggiori artisti e intellettuali italiani. Niccolò Copernico, l’astronomo e matematico polacco che ha rivoluzionato il mondo con la sua teoria eliocentrica. Laura Bassi, È stata un’importante fisica italiana, la seconda donna laureata d’Italia nel 1732.

Si è occupata di: logica, metafisica, filosofia, chimica, idraulica, matematica, meccanica, algebra, geometria, lingue antiche e moderne. Giovanni Pascoli, Il grande poeta ha studiato Lettere a Bologna, allievo di Giosuè Carducci. Nel 1905 prese il suo posto cattedra di letteratura italiana.

Come si chiama la prima laurea?

Differenza tra laurea triennale e magistrale – Sicuramente avrai sentito parlare del percorso di laurea 3+2. Con questa espressione si fa riferimento al percorso composto da 3 anni per conseguire la laurea triennale cui si aggiungono 2 anni per la magistrale.

  • Si usa l’espressione laurea magistrale per indicare quella che in passato veniva definita laurea specialistica.
  • Qual è la differenza tra lauree triennali e magistrali ? Per semplificare possiamo dire che la laurea triennale è la laurea di primo livello, mentre quella magistrale è la laurea di secondo livello.

Per conseguire la laurea triennale è sufficiente iscriversi al corso essendo in possesso del diploma di scuola secondaria superiore. L’iscrizione al corso di laurea magistrale invece richiede l’essere in possesso della laurea triennale. Un caso a parte è rappresentato dai corsi di laurea magistrale a ciclo unico.

Un esempio, presso il nostro ateneo, è il corso di laurea in Giurisprudenza. Restando sempre in tema di differenza tra lauree triennali e magistrali cosa possiamo dire a livello normativo? Sul piano normativo, le due tipologie di laurea sono regolamentate dai D.M.509/99 e ​​D.M.270/04. Quindi, ricapitolando: la laurea triennale è la laurea di primo livello con una durata di 3 anni e rappresenta il primo passo nel percorso universitario.

La laurea magistrale o specialistica, come era chiamata prima, ha una durata biennale ed è la laurea di secondo livello che si consegue dopo la laurea triennale. Dopo questa dovuta premessa, passiamo ad analizzare nello specifico la laurea triennale e magistrale per conoscere meglio le principali differenze.

Chi è stata la prima donna a laurearsi in ingegneria in Italia nel 1908?

Si chiamava Emma Strada e nel 1908 si è laureata al Politecnico di Torino ed è stata la prima donna ingegnere d’ Italia.

Quando si sposavano le donne nel Medioevo?

Medioevo? Un secolo controverso, buio, luminoso, pieno di intensità, e l’amore? Ah cari amici, l’amore era tutt’altro che cortese, non era certo quello cantato dai poeti. Miei cari romantici, non leggerete un rigo in più se pensate vagamente che parleremo di quell’amor cortese celebrato dai poeti e nei teatri, quell’amore in cui la donna diventava la dea assoluta dell’uomo, quell’amore poetico, adultero, gioioso, pazzo e tragico che faceva vibrare gli animi degli scrittori.

Eh no! La realtà è proprio diversa, ma di migliaia di anni luce. Potremmo quasi dire che l’amore che celebravano i più illustri poeti era quasi un rifugio, un porto sicuro per salvarsi dall’asettica realtà dei fatti. Primo : i matrimoni. Quello che noi consideriamo una scelta consapevole e i più romantici il coronamento di un sogno: resettiamolo.

Il matrimonio e di conseguenza l’amore che dovrebbe derivarne, erano un vero e proprio contratto, stipulato e deciso da terzi, talvolta per appianare conflitti fra famiglie, molto spesso si trattava di vere e proprie conciliazioni politico- sociali. Secondo : l’età.

  1. Ci si sposava bambini in pratica, quando penso alla donna penso a una condizione di asessualità.
  2. Per la donna infatti il matrimonio era concesso già a partire dai 12 anni, consolante appare la consuetudine pratica secondo cui l’età matrimoniale scelta per la maggior parte delle donne si aggirava intorno ai 14 anni.

Pensate che verso i 15 – 16 anni la donna iniziava a essere considerata “vecchia” e a 17, aimè, era una giovane e probabilmente bella zitella. Ai ragazzi andava meglio, diciamocelo, partiamo dai 17 anni per contrarre matrimonio ma non erano mai considerati scapoli o, per meglio dire, vecchi per il matrimonio e vi dirò di più: non erano così rari matrimoni fra uomini adulti che cercavano di assicurarsi la discendenza e donne-bambine.

  1. Tutto ciò ha veramente molto poco di poetico, ammettiamolo e quel che viene a seguire non è da meno.
  2. Per essere considerato valido, il matrimonio doveva essere consumato e, a tal proposito, si usava conservare il lenzuolo ” incriminato ” impregnato del sangue verginale della donna.
  3. Diciamocela tutta: serviva una prova e quindi accettiamo anche il lenzuolino se poi al mattino arriva il dono, eh si, perché gli uomini del medioevo erano degli inguaribili romanticoni o quasi.

La donna, come tradizione esigeva, la notte della prima volta, soleva pettinare i capelli in modo da alzarli per mostrare quanto più possibile la fronte, questa pettinatura era considerata l’espressione massima della sensualità. Dopo i capelli, passava alla cura della pelle, faceva un buon bagno e cospargeva la propria pelle di olii profumati, poi si dedicava al marito e udite udite, il mattino seguente otteneva in cambio un bel cofanetto decorativo come cadeaux per una spesso imbarazzante prima esperienza sessuale.

Poeti romantici rifugiati nel sogno? A ben ragione! Pensate di aver sentito abbastanza? Eh no! Illusi. Vi dirò di più: esisteva un calendario dell’amore. Eh si quando si poteva fare l’amore non lo decideva la passione, semmai passava da quelle parti qualche volta. La legge religiosa vietava di praticare sesso in alcuni periodi dell’anno e nei week end, si calcola che ai coniugi rimanessero circa 185 giorni per dedicarsi alle “pratiche amorose” ovviamente senza contare i giorni in cui la donna era gravida, il ciclo e il puerperio.

Ma non solo, il vescovo tedesco Sant’Alberto Magno (1206 – 1280) si incaricò di redigere un elenco di posizioni ordinandole dalla più peccaminosa a quella più consona: 5- Da dietro 4- Lato a Lato 3 – Seduti 2 _ In piedi 1 Missionario Da prediligere, dunque, il missionario e possibilmente ” vestiti “.

  • Rapporti orali? Tre anni di prigione.
  • Diciamo che tutte queste limitazioni, aggiunte al fatto che il matrimonio era concordato da terzi non agevolavano proprio la nascita di un sentimento meno che mai di quell’amore tanto decantato, anzi, sembrano quasi allontanare i due malcapitati.
  • Vien da sé che non erano rari i casi di adulterio e quindi adulterio si ma non per le donne.

La Chiesa dovette accettare il fatto che l’adulterio nel medioevo si assicurò la vetta della classifica delle consuetudini e, dunque, si per gli uomini. Un uomo era considerato adultero soltanto se aveva avuto rapporti con una donna sposata, se la donna era nubile la questione era facilmente risolvibile.

Per la donna l’accusa era imprescindibile dallo stato civile dell’amante. Complice di tutta la questione adulterio era anche l’etica del tempo e le leggi estremamente restrittive che volevano ossessivamente salvaguardare il matrimonio dal peccato talvolta sortendo il contrario effetto. Un esempio? Al tempo di pensava che le passioni offuscassero la mente e dunque: niente preliminari! Fra marito e moglie spesso e poco volentieri il rapporto sessuale si esauriva in un velocissimo coito del tutto indifferente alla donna.

Ora, ditemi voi : come potevano i poeti decantare una situazione del genere? Meglio rifugiarsi nel sogno che fare i conti con la realtà!